Notte fonda..stasera sono andata a ballare tango in una milonga vicino casa...serata strana, poca gente..sorrideva, si divertiva, ma c'era malinconia nell'aria, uno stato sottile ma consistente di malinconia, come nebbia che avvolgeva tutte le coppie, assorte nel ballo e volteggianti nella foschia. Ho ballato tanto, ma ero triste, non so perchè ma lo ero, e tra le braccia degli uomini che mi stringevano cercavo tepore, riparo, consolazione, calore....ma nulla, solo la mia tristezza.
Il locale deve chiudere, esco, mi avvio lentamente per la strada deserta verso la macchina parcheggiata in fondo, i passi cadenzati dai tacchi degli stivali..Salgo, inserisco la chiave, mi fermo alzo gli occhi e piango, piango, piango, piango..piano, silenziosamente, lacrime piene, rotonde, pesanti come macigni....metto in moto..ma no, non voglio tornare a casa, non ora non così. Parto e vado, non so dove, ma vado.
La strada corre sotto di me, l'automobile sembra inghiottire le strisce bianche, l'asfalto è scuro, rassicurante, lucido per la pioggia appena caduta, come le mie lacrime. E' bella la strada di notte, deserta, tutta per me, silenziosa, non chiede nulla, ti accoglie e lascia che tu vada dove vuoi, dove devi, e non chiede nulla. Corro, corro, corro e nella testa la melodia dell'ultimo tango, e alla radio la voce del Liga che canta "Cosa vuoi che sia, passa tutto quanto, solo un po' di tempo e ci riderai su"; sembrava parlare a me. Ma io non voglio che passi, che passi così, voglio vivermelo questo dolore, andarci dentro, dentro, non fuggirlo, starci davanti, parlare con lui, capire, voglio capire cos'è questo magma che mi porto dentro, cos'è?...Non lo so, ma c'è.
Ma come? Tu sei così entusiasta, allegra, sorridente, espansiva! Sì, ma non sono solo questo, c'è di più, di più...mi affaccio e vedo un abisso, una profondità che mi parla, che mi attira....E un giorno ci andrò lì, a vedere cosa c'è, o forse già lo sto facendo... E la macchina va, corre, non so dove, ma continua ad andare, e la notte mi accoglie e la strada mi sostiene...E l'anima comincia a tranquillizzarsi, la calma della notte è dentro di me, il viso è asciutto, ed è ora di tornare...E domani?
Obi era giusto e puro di cuore, modesto e semplice come i giusti. Olofi, il Creatore, gli aveva fatto il cuore bianco, bianche le viscere e la pelle, e come dimora gli aveva destinato un luogo elevato. Ma Obi, dall'alto della palma, cominciò a darsi delle arie. Suo servo era Elegguà, che anche Olofi ubbidiva. Un giorno Obi diede una festa e ordinò a Elegguà di invitare gli amici. Tutti si consideravano amici di Obi: i grandi della Terra e i derelitti, i belli e i brutti, gli eleganti e i pezzenti. Elegguà, tuttavia, che si era accorto del cambiamento di Obi, dell'arroganza e dell'orgoglio che avevano macchiato la sua bianchezza, decise, non si sa se per disattenzione o per dispetto, di non invitare nessun ricco ma soltanto mendicanti, storpi, straccioni e donne dalla ripugnante bruttezza. Quando Obi si trovò davanti quella masnada di mostri, andò su tutte le furie e chiese chi li avesse invitati; gli venne risposto che era stato Elegguà a nome suo. Obi allora li scacciò tutti, e con essi Elegguà, che andò subito a riferire l'accaduto a Olofi.
Il Creatore si travestì da mendicante e si recò da Obi. Il cocco si rifiutò di concedere udienza a un pezzente di quella sorta, che non si era premurato di lavarsi e di vestirsi con decenza prima di presentarsi a lui. Gli voltò dunque le spalle. Subito Olofi, senza più camuffare la propria voce, lo chiamò indignato per nome. Obi lo riconobbe e si gettò ai suoi piedi, chiedendo perdono. Ma Olofi gli disse: "Obi, tu eri giusto, per questo ti diedi un cuore bianco e un corpo degno del cuore. Ma ora, per castigare la tua presunzione, stabilisco che tu debba lasciare la tua elevata dimora: potrai mantenere bianche le viscere ma dovrai rotolare nella terra e sporcarti". Da allora il cocco ha la corteccia scura e cade dalla palma; lui che offese gli storpi e i pezzenti, rifiutando di ammetterli alla sua festa, ora finisce nelle case più povere, e là dove ci sono malati risana le loro piaghe.
Cari amici, a me piace molto la mitologia (mi appassiona fin da piccola), ciò che più mi colpisce è constatare come dinnanzi ad una realtà sconosciuta, che risultava incomprensibile, l'uomo abbia ne abbia cercato l'origine. E la cosa interessante è vedere quante analogie vi sono tra sistemi mitologici di popoli geograficamente assai distanti e che ignoravano l'esistenza gli uni degli altri, quasi commovente perchè è riprova del fatto che la struttura originaria del cuore dell'uomo è la stessa.
In questo periodo ho la possibilità di studiare i miti legati alla cultura afrocubana, che non sono tanto conosciuti quanto quelli greci (per lo meno qui in Europa). Così ho pensato di proporvi il racconto mitico sull'origine del cocco. Spero che vi sia piaciuto, e se sì in futuro condividerò con voi altre storie analoghe.